Storie di sisma, bufale e dintorni: quando esibire l’ignoranza non è un tabù

di Marco Calcinai
(Articolo pubblicato sul bimestrale Molinella a Confronto n.16, stampato il 1 settembre 2016)

Chi ha qualcosa da dire si faccia avanti e taccia”, scrisse Karl Kraus riferendosi agli orrori della Prima Guerra Mondiale, e al fatto che di fronte ad essi la gente trovasse l’assurdo coraggio di commentare. Il suo era un invito al silenzio, compagno indispensabile della riflessione, strumenti fondamentali per tentare di dare una spiegazione alle cause profonde dei drammi dell’esistenza.

È invece drammaticamente diffusa un’attitudine umana all’immediato chiacchiericcio, una rapidissima gara a chi individua per primo i colpevoli, le vere dinamiche, i complotti e le soluzioni. Tutto questo in barba a una verità elementare: più le situazioni sono complesse e più l’analisi deve essere per forza di cose ampia, poiché le cause saranno molteplici, la lunga catena di causa-effetto avrà tantissimi anelli, i responsabili saranno numerosi e non immediatamente individuabili, e le possibili soluzioni saranno di conseguenza articolate, sicuramente non semplici.
La rivoluzione digitale degli ultimi decenni ha però consegnato un’arma potente quanto pericolosa nelle mani di chi tende a far proprio l’atteggiamento da “è uno scandalo, dimettetevi tutti”: i social network. Per dirla con Umberto Eco:

i social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli”.

Ora, personalmente non ho mai trovato troppo simpatico chi, dotato di spessore intellettuale e culturale, si metta a dare pubblicamente dell’imbecille a chi ha goduto di meno fortuna, ma di fronte a quanto si è assistito sul web dopo il terremoto del 24 agosto nel Centro Italia non riesco a non essere d’accordo con ogni singola parola. La terra ancora non aveva smesso di tremare, che già iniziavano a diffondersi con incredibile potenza alcune assurdità gridanti vendetta. Dalle teorie complottiste che volevano che “i poteri forti” avessero volutamente tenuto i dati ufficiali sulla magnitudo del terremoto sotto la soglia oltre la quale è lo Stato ad accollarsi i costi della ricostruzione; alla richiesta avanzata da più parti nei confronti dello Stato (con il sostegno di illustri politici) affinché decidesse di destinare il jackpot del Super Enalotto ai terremotati, dimenticando che Sisal è una società privata e che il montepremi matura nei mesi con le puntate dei giocatori che in sostanza, giocando, sottoscrivono con la società un contratto in virtù del quale questa redistribuisce il jackpot ai vincitori (lo Stato non può quindi decidere nulla); passando poi per le teorie che sostengono che i terremoti sarebbero prevedibili; proseguendo con le accuse rivolte ai sistemi di raccolta fondi da destinare alla ricostruzione, che si intascherebbero le donazioni; per arrivare poi al capolavoro, il non plus ultra dello sciacallaggio mediatico: il paragone tra la situazione dei terremotati e quella dei rifugiati, il “nelle tendopoli metteteci gli immigrati, così lasciano agli sfollati le camere negli alberghi a 5 stelle”, vero inno all’imbecillità.
Volendo entrare nel merito di quest’ultimo prodigio di pochezza, viene da chiedersi in primo luogo dove si trovi la forza o il coraggio, commentando di getto eventi terribili come un terremoto di queste dimensioni, per paragonare due drammi umani diversi tra loro ma entrambi devastanti. Viene da chiedersi perché la soluzione alla tremenda situazione di chi ha appena perduto la propria abitazione e magari i propri cari, la si vada a cercare tra chi è scappato da una guerra o da una vita di stenti, lasciando tutto quel poco che aveva e attraversando il mare con l’altissimo rischio di lasciarci le penne. Viene da chiedersi perché continui a circolare con tanta forza la fesseria secondo la quale i richiedenti asilo sarebbero ospitati in alberghi di lusso e riceverebbero 40 euro al giorno, quando è stato ampiamente ed esaurientemente spiegato come queste siano bufale e quale sia la realtà. Viene da chiedersi perché non si riesca a pensare che nella quasi totalità dei casi, almeno nei primi periodi, i terremotati preferiscano rimanere vicino a casa, o a ciò che ne rimane. Viene da chiedersi perché si sia messo in dubbio quanto affermato da chi ha testimoniato che i rifugiati ospitati nelle zone vicine hanno aiutato i sopravvissuti del Centro Italia a scavare tra le macerie in cerca di superstiti. Viene da chiedersi perché non ci si possa limitare a chiedere, assai legittimamente, che si faccia luce su eventuali irregolarità nelle opere di messa in sicurezza degli edifici ristrutturati, e che si ricostruisca con rapidità e trasparenza sui fondi stanziati.
Per carità, si è liberi di ritenere che l’Italia non dovrebbe ospitare i richiedenti asilo, ma dovrebbe respingerli e abbandonarli al proprio destino. Si è liberi di pensare – tesi un pelo più ragionata – che l’attuale sistema sia insostenibile e che vada diviso più equamente il fardello della gestione dei flussi migratori tra i paesi dell’Ue. Solo, non è questo il momento, non ha senso il paragone ed è odiosa la strumentalizzazione della catastrofe del terremoto per buttarla nella solita, aberrante, gretta cagnara sui rifugiati.
Viene da chiedersi, in conclusione, perché non si compia l’umile sforzo di lasciare i primi commenti e le prime analisi a chi è del mestiere. Di posticipare le proprie considerazioni a quando si sarà riflettuto a sufficienza. Di evitare di tirare in ballo il dramma dei rifugiati ogni tre per due, quasi a voler aizzare una guerra tra sciagurati. Di voler controllare le fonti prima di diffondere false notizie. Di rispettare le tragedie umane, la cui vastità è impossibile da comprendere senza averle personalmente vissute.
Di farsi avanti, e tacere.