Una Speranza Minuscola - Partito Democratico di Molinella
Una Speranza Minuscola

Una Speranza Minuscola

Un “Sì” che sa di Storia, in un Presente Immobile

di Lorenzo Gualandi
Consigliere delegato alle politiche giovanili
Capogruppo PD
(Articolo pubblicato sul bimestrale Molinella a Confronto n.17, stampato il 29 novembre 2016)

Mi viene il nervoso quando leggo di piccoli derby di quartiere, animati da inciuci e interessi più o meno rilevanti, alimentati dalla politica post democratica (?) di Renzi e i suoi.
Mi tremano i polsi, non ci credo si stia tutto così banalizzando, tanto da arrivare a dire che “tanto poi se ne possono fare quante se ne vogliono di battaglie politiche del genere”. No, e stavolta davvero no. I cambiamenti li fai solo quando sono in atto: non prima di averne posto le basi, non dopo essere saliti su carri e carretti, buoni per trovare spazio sul prossimo appuntamento elettorale o di riposizionamento sulla cartina geografica della politica italiana. No, sono tutti bravi dopo, e il dopo è collocato sulla linea temporale solo in coda a ciò che si fa per cambiare l’esistente (banale, ma tutt’altro che scontato). Bene, bravi, bis, ma poi chi ha la forza di dire che il copione fa schifo viene preso per rivoltoso, settario e in malafede.

 

La cultura del sospetto ci ha portato a questo, ad avversare ogni provvedimento di maggioranza – evidentemente perché la maggioranza buona è quella che permette di non spostare mai uno spillo, pur pretendendo di smuovere le montagne in un weekend. Siamo arrivati a questo: un cinico derby di rappresentanza, dove peones urlano inferociti di mancanza di onestà, o capacità di analizzare il presente; cittadini che si definiscono per il rinnovamento sbavare su libri di Barnard o post di Scanzi che là fuori c’è già abbastanza merda per aggiungerne altra, ancora. Lo vedo, si vede, lo vediamo: è un tempo malato, un tempo in cui l’uomo è condannato non tanto a raccogliere gli effetti e le critiche rispetto a ciò che sostiene (cosa per altro sacrosanta, e davvero democratica), ma addirittura ripreso e dileggiato se lo fa insieme ad altre decine se non centinaia, come se la forza del gruppo valesse solo da una parte, solo dal lato in cui le ragioni rivelano l’unico colore concepibile.

 

Li vedo, girare con la barbetta incolta e il fare da teenager incazzato col mondo, muovere quel ditino verso le lobby, i poteri forti, le banche e la politica in generale – marcia, gretta e supida anche a livello locale, miope ai problemi veri. Insomma, i servi del benaltrismo e dei guru alla Travaglio, che aprono la bocca su principi e valori solo quando son ben sicuri di essere rimasti sordi a quelli degli altri che stanno avversando, perché non sia mai: la visione delle cose deve rimanere parziale – come capita da entrambe le parti – ma se la grido più forte e con toni più comprensibili (vogliamo dire populisti?) allora sì che sono un figo; allora sì che valgo un post di qualcuno che mi nota; allora sì che posso sfogare la frustrazione sulla tastiera e dietro uno schermo, pur evitando di incrociare anche solo lo sguardo con quegli imbecilli di là dalla barricata, accecati dal furore ideologico e dagli zuccherini del babbo comprensivo e potente.
Che prima o poi, lo sappiamo, la farà pagare a qualcuno.
Intanto per decenni l’abbiamo pagata tutti, chi più chi meno: decenni di instabilità e sviluppo pari a zero; decenni di rabbia crescente per una politica sempre più scollata dai veri problemi e dai veri valori incarnati dalla gente per bene – e si intende per bene non solo chi fa il radical chic a Capalbio, o si fa i selfie alla mattina filosofeggiando al bar, con a casa la mamma che prepara il pasto e sgancia moneta per il giusto (ulteriore) svago.  Fatto sta che – siamo contenti? – ci siamo arrivati a questo bivio: semplificato, rimaneggiato, chiacchierato, discusso, votato, emendato e osteggiato, ma alla fine ce l’abbiamo fatta: è un derby tra “sì” e “no”, tra riformisti e conservatori. Mi piace questa definizione? No. E lo ripeto: non mi piace, comunque non in questi termini.

 

Perché non è Virtus-Fortitudo, in cui due volte all’anno si sfoga il sacro odio sportivo verso l’avversario, no. Non è, tanto meno, una gara tra imbecilli e illuminati (e le parti potrebbero invertirsi ad ogni soffio di vento). Di certo bisogna considerare che la grande stagione di riforme aperta dal governo Renzi, rompe l’incertezza sul piano sociale, economico e politico che da tempo attanagliava l’Italia. Dopo Il grande pareggio (registi e interpreti: Bersani, Grillo e Berlusconi) dell’ormai lontano 2013 (ultima volta in cui abbiamo votato, maledetto presidenzialismo), l’allineamento alle grandi democrazie europee è partito senza aspettare oltre, forti di una maggioranza moderata (non ci sono più i professionisti dei governicchi di una volta, che possono togliere la sedia quando il premier si sta accomodando: mannaggia!) e sempre più eterogenea (come se fosse un male).
Dove sono i maghetti della caciara quando ci si è schierati contro la linea dura di Orban, ma allo stesso tempo contro l’indecisione europea sulle politiche di accoglienza ai migranti? Dove si nascondevano gli strilloni quando la riforma del mercato del lavoro è andata di pari passo con l’opposizione alla politica di austerity condotta a Bruxelles? Beh giusto, di buche, calotte e piste di pattinaggio ce ne sono sempre troppe per alzare gli occhi su questi piccoli problemi di borgata.
Purtroppo lo dobbiamo accettare: Renzi (sbagliando), aveva dato un’impostazione (poi rettificata) troppo personalistica del quesito referendario che attende l’Italia il 4 dicembre prossimo, dando la stura a una serie di reazioni e contro-reazioni al limite dell’incontrollabile, un ulteriore livello di tumulto di cui non si sentiva il bisogno.
Ma ballando sull’orlo del precipizio, prima o poi si impara anche a farlo decentemente, e quindi la riforma è andata avanti non certo tra le èlite, i buffet, i pranzi di lavoro, le colazioni sul vagone di prima classe, tutt’altro. Circoli, strade, associazioni, centri sociali e culturali: tutti si sono sentiti parte di questo futuro prossimo, di una stagione imprescindibile per lo sviluppo e la stabilità. E facciamo anche basta con le polemiche sul quesito – giuro: vorrei sapere come avrebbero voluto scriverlo, magari disboscando l’Amazzonia per un vezzo intellettualoide di cui, davvero, non si sente la mancanza – perché i nodi centrali della riforma sono quelli su cui si discute da tanto, tantissimo: bicameralismo perfetto, riduzione numero parlamentari, composizione e funzioni del nuovo Senato e abolizione del Cnel.
La riforma poteva essere scritta meglio? Può darsi, ma non è accettabile che di colpo il Paese sia in balìa di autoritaristi senza scrupoli, neo-fascisti (tipo quelli che fanno balotta con l’Anpi), sinistri ex-democratici e discepoli del Venezuela di Pinochet, come ci ricorda il compagno Di Maio, così dalla sera alla mattina. Non è accettabile, perché ho visto in piazza, per strada, al bar e a cena, gente onesta e sinceramente interessata alle sorti della “Costituzione più bella del mondo”. E allora io mi schiero contro i facinorosi dell’insulto, i sicari della battutina, i suprematisti della verità assoluta, che gode a dare addosso al popolo gregge, beota e deficiente. Sono gli stessi che si dicono dalla parte dei deboli e degli oppressi, ma nella propria vita han fatto poco per dimostrarlo; sono gli stessi che imputano a chi sostiene il sì di fare propaganda con mentalità da ultras – tra l’altro li farei parlare con gli ultras veri, quelli che hanno valori e principi a cui non derogano davanti a nulla, mentre quel menu con tartare sembra così irresistibile… – degradando la scelta ad una semplice sbronza di massa filo-governativa, che spinge il capetto sul ramo più alto dell’albero, che guarda gli altri applaudire e fare “sì padrone”. Mentre il loro “no” è l’unica, vera, limpida e corretta scelta per la democrazia. Peccato che per la loro democrazia, non sono questi i tempi. È invece per questa democrazia, che il 4 dicembre andiamo a votare sì, e lo facciamo anche per loro; per dimostrare che una speranza c’è per tutti. Bisogna solo capire quando prendere coraggio, e buttarsi.

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