Che poi non è detto che questi ragazzi siano peggiori dei precedenti. Sono diversi, questo sì. Non è detto che l’indolenza e la stanchezza croniche, che traspaiono dai bei visi perennemente annoiati, siano già scritte nel loro dna. Sono solo i sintomi di un disagio che affonda nell’incapacità degli adulti di stare al passo col cambiamento radicale, già da tempo avvenuto nelle ultime generazioni.

Sono cresciuti, questi ragazzi, in famiglie striminzite, loro e un genitore, chiuse su se stesse; o in famiglie spropositatamente e stranamente allargate, con padri madri matrigne patrigni fratellastri e fidanzati vari, tutti sempre di passaggio, tutti senza tempo per le chiacchiere, per i giochi con le mani, i giochi di fantasia, i giochi del far finta. Sono cresciuti in una confusione di ruoli che ha inibito il metter radici profonde, la costruzione d’una identità, la voglia di relazioni profonde.

Magicamente, ci sono venute in aiuto la televisione, surrogato pessimo di nonni e zii e cugini, che ci ha rapito questi figli e li ha plasmati a suo piacimento, e la tecnologia, che li ha appassionati.

Sono ragazzi, questi, che noi adulti non capiamo; né tantomeno la pedagogia, la psicologia, la sociologia, la didattica ci stanno aiutando a comprenderli. Cominciamo appena ad avere consapevolezza che questa nostra ultima generazione di ragazzi vive in un ambiente informativo molto diverso da tutti i precedenti, un ambiente che pone problemi nuovi, che devono essere conosciuti per poterli affrontare e avviarli a soluzione.

Occorre dare risposta con urgenza alle modificazioni psicologiche e alle richieste socio – culturali di questi ragazzi “nuovi”, capaci di cose straordinarie, di apprendimenti istantanei e di risposte rapide agli stimoli giusti.

Vivendo in un ambiente sottoposto all’ininterrotto bombardamento dei media, sono capaci di cogliere con straordinaria rapidità sequenze visive e audiovisive, integrando immagini, suoni, simboli a velocità supersonica. Sanno interagire con centinaia di persone sui social network, creare “alleanze” per progettare strategie complesse di gioco di squadra con compagni sparsi nel mondo, usando linguaggi alternativi alle proprie lingue d’origine, imparando l’inglese senza sforzo pur di comunicare.

Certo, poi magari a dieci anni non sanno ancora allacciarsi le scarpe. E non sanno “ascoltare”; concettualizzano con difficoltà; non riescono a concentrarsi a lungo su uno stesso argomento; raramente acquisiscono gli strumenti per avviarsi alla costruzione del pensiero critico, del pensiero creativo, del pensiero divergente, attraverso una volontà costruttiva.

E soprattutto, sono quasi incapaci di rapporti affettivi e relazionali profondi a fronte di una più facile disponibilità a stabilire rapporti esteriori e superficiali.

Sono bravi, questi ragazzi, a nascondere il loro disagio, il loro disorientamento dietro al bullismo, dentro alla droga, davanti a un computer, nello snobbare tutto ciò che sa di vecchio. Non gli serve molto per questo: basta un cellulare ultimo modello e un po’ di sballo per sfuggire alla noiosità degli adulti, che volentieri glieli forniscono perché non sanno come motivarli alla vita, affinché l’anoressia emozionale di cui soffrono, non diventi cronica.

Lina Falco
Maestra delle scuole elementari