Cortine di ferro e barricate, queste sconosciute

Ormai non sono più questi elementi che fanno la politica – o almeno: non dovrebbero -, soprattutto la politica che si fa a livello territoriale: guancia a guancia con le difficoltà, spalla a spalla con i compagni di viaggio.

Compagni di viaggio che cambiano, lasciano, si defilano, in un normale processo di evoluzione culturale che pone le basi per quello che sarà, non soltanto per quello che è già.

Siamo come una squadra che vince la Champions League: si gioca sempre per farlo, sapendo che non potrà succedere per sempre. E allora i giocatori cambiano, gli allenatori si esonerano, i presidenti hanno più o meno liquidità, gli sponsor sono più o meno interessati al prodotto.

Quello che non cambia, è la “maglia”: le divise scoloriscono, se ne disegnano di nuove e belle, ma ciò che rappresentano non scade mai. Non si perderà mai.

Dove andiamo, noi? E soprattutto: chi si intende per “noi”?

La comunità molinellese? Sì, ma è scontato.

“Noi” siamo quelli del disgelo, che i ghiacchi li spaccano, non ci scivolano sopra.

“Noi” siamo quelli che il fuoco lo spengono, non lo alimentano.

“Noi” siamo “Voi”, ma non sempre è facile da capire.

La politica a Molinella, per come è stata sempre fatta, sembra non capire queste nuove dinamiche: ci si accartoccia su vecchie retroguardie, senza dimenticare di nutrire il dibattito con polemiche sterili e dal contenuto provvisorio – nel senso che, nel lungo periodo, non lascia nulla.

“Noi” siamo pronti perché ci siamo abituati a giocare in un certo modo: abbiamo esplorato le volontà delle forze in gioco – o che vorrebbero esserlo; abbiamo cercato di costruire qualcosa lontano dalle erbacce propagandistiche che nell’estate 2014 volevano convincerci che fosse cambiato tutto, senza che niente davvero fosse in procinto di farlo.

Un bluff, un palloncino sgonfio, del ghiaccio che si scioglie.

“Noi” non guardiamo al dito che indica, ma chi c’è dietro a quel dito: alle sue speranze, alle sue aspettative, alle sue paure.

E se le altre squadre non alzeranno lo sguardo dal pallone, vorrà dire che saremo “Noi” a costruire la squadra da schierare in campo.

E sarà una squadra lunga, pronta ad aprirsi alle migliori energie che, per ora, marciscono in panchina.

Salvarsi dalla tribuna, almeno, è l’ultima prospettiva possibile per non recedere nel declino.

Ma questi progetti non si costruiscono all’ultimo momento, tanto meno dopo aver visto che le basi sono solide, e gli uomini di valore: bisogna prima meritarsi di portare quella maglia, entrare nella mentalità di essere dalla parte giusta, dalla parte di Molinella.

Non ci piace chi tentenna, aspettando nel peggiore stagno del doppiogiochismo: pretendiamo che la via sia chiara, pulita, precisa – non necessariamente facile -, ma soprattutto vogliamo sapere con chi inizieremo a percorrerla, chi avremo vicino fin dal primo passo.

Perché Molinella è una citta viva, appassionata, e soprattutto pronta per lasciarsi alle spalle vecchie dinamiche – pazzesco doverne parlare ancora.

Rimanere politicamente ignavi, alla lunga, non paga più.

Vince chi ha il gioco migliore e che, soprattutto, ha saputo costruirlo nel tempo, quando ancora aveva possibilità di scegliere da che parte stare. Non (con)vince chi si ostina a giocare nei minuti di recupero, quando il triplice fischio è tanto, troppo vicino.

di Lorenzo Gualandi
Consigliere delegato alle politiche giovanili
Capogruppo PD