Fertility Day: la Procreazione è un Affare di Stato? - Partito Democratico di Molinella
Fertility Day: la Procreazione è un Affare di Stato?

Fertility Day: la Procreazione è un Affare di Stato?

Una riflessione sul caos generato dalla campagna di comunicazione del Ministero della Salute

di Alice Cesari / Consigliere Comunale Delegato alla Cultura
(Articolo pubblicato sul bimestrale Molinella a Confronto n.16, stampato il 1 settembre 2016)

No, non scriverò di fascismo, di femminismo, di destra, di sinistra, nord sud ovest est. Non scriverò che l’utero è nostro e che nessuno ci deve dire cosa farne, che il Ministro Lorenzin (prima Forza Italia, poi NCD, riconfermata dal governo Renzi ma proveniente dal governo Letta) è un’incompetente e che la sua campagna #fertilityday mi offende in quanto donna trentenne senza una gravidanza in agenda.

Non lo scriverò io, ma sono stati in molti a delegittimare l’operazione mediatica pensata dal Ministero della Salute per lanciare una giornata dedicata alla fertilità prevista per il 22 settembre 2016. Lo scalpore è stato scatenato dalla serie di cartoline che recano slogan come “La bellezza non ha età. La fertilità sì”, “Genitori giovani. Il modo migliore per essere creativi.”, “La Costituzione tutela la procreazione cosciente e responsabile.”, “La fertilità è un bene comune.” accostati ad una selezione di immagini discutibile.

fertilityday_cartoline

La serie di cartoline che hanno circolato nel web sono state concepite (si perdoni il gioco di parole) insieme ad un sito dedicato e al Fertility Game, ovvero un esilarante gioco in cui si impersonifica uno spermatozoo che deve schivare ostacoli quali poltrone, siringhe e cocktail. “Colpevole” di questo passo falso sembra essere l’agenzia ”Mediaticamente” di Milano, per un costo della campagna di 28.000 euro. Prima di questo episodio infelice, a firma Lorenzin se ne possono ricordare di meno infelici, come la campagna contro l’abuso di alcol con Elio e le Storie Tese, e Ma che sei scemo?” contro il tabagismo, con Nino Frassica.

A onor del vero occorre segnalare che la delicatezza del tema è stata foriera di flop mediatici anche altrove: è il caso dell’American Society for Reproductive Medicine, che ha utilizzato immagini come biberon spezzati e frasi inappropriate; a Singapore nel 2013 il governo ha distribuito nelle università opuscoli con favole modificate con protagoniste femminili infertili a causa di scelte sbagliate; in Gran Bretagna la campagna “Get Britain Fertile” ha utilizzato come testimonial una presentatrice tv di 46 anni trasformata in settantenne incinta.

Anacronismo? Retorica? Moralismo? Sicuramente si, ma non può essere tutto qui. Il vero documento del Piano Nazionale per la Fertilità infatti non sono le cartoline, ma un faldone di 137 pagine che parla di prevenzione, formazione del personale sanitario, dati demografici, anatomia, cultura, educazione sessuale e altro. Questo documento è stato presentato nel 2015, quando i dati ISTAT segnalavano nascite diminuite di 15.000 unità, arrivando ad un totale di 488.000, minimo storico dall’Unità d’Italia. I dati rilevano che il parto avviene in media a 31,5 anni; il nostro tasso di occupazione media è inferiore a quelli medi dell’UE; circa 3 donne su 10 lasciano il primo impiego alla nascita di un figlio, 3 studentesse universitarie su 10 non hanno mai fatto un controllo ginecologico. Per quanto riguarda gli uomini, il 10-20% degli uomini si sottopone a una visita di prevenzione, 9 maschi su 10 effettuano una visita solo in caso di gravi patologie. Questi dati affermano l’assenza di una cultura della prevenzione, certo, però la campagna in oggetto sembra arrivare direttamente dagli anni cinquanta. E’ forte l’impressione che la denatalità crescente sia attribuita principalmente alla donna/madre, soprattutto leggendo il passaggio del documento programmatico:

“ La crescita del livello di istruzione per le donne ha avuto come effetto sia il ritardo nella formazione di nuovi nuclei famigliari, sia un vero e proprio minore investimento psicologico nel rapporto di coppia per il raggiungimento dell’indipendenza economica e sociale.

Nella mente di chi scrive si aprono a questo punto scenari di una società disciplinare a modello The Lobster (film di Yorgos Lanthimos, 2015), in cui il personaggio di Colin Farrel si trova in un distopico hotel per single dai contorni di clinica riabilitativa, dove ciascuno degli ospiti è obbligato, nell’arco quarantacinque giorni, a trovare un partner, pena la trasformazione in animale e successiva soppressione. Il paragone riguarda il modo in cui le persone sentono la necessità di trovarsi costantemente in una relazione amorosa, sul modo in cui alcuni vedono coloro che non hanno una relazione; su come si venga considerati falliti, se non si mette in piedi una famiglia allo scadere dell’orologio biologico.
Consapevole di essere lontani da una tale dottrina sociale repressiva e tornando al nostro tema in oggetto, quel che non sembra essere stato valutato nell’elaborazione della campagna comunicativa è la portata sociale del tema. Dalla ricezione del pubblico emerge che il focus non sia la questione medico-sanitaria, ma piuttosto i problemi della donna dell’inserirsi nel mercato del lavoro o di reintegrarsi dopo la gravidanza, la necessità di politiche del lavoro genitori-friendly, incentivi alla natalità su modello nord-europeo.

Se vuoi creare una società che torna a fare i figli devi creare situazioni strutturali come asili nido, tempi di lavoro delle famiglie, servizi” – dichiara infatti Renzi dissociandosi dall’operazione Lorenzin. A livello ministeriale come azione a supporto della fertilità non sarebbe stato più efficace e mediaticamente meno dannoso l’inserimento della fecondazione assistita all’interno dei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) del Servizio Sanitario Nazionale?

Abbiamo inventato un modo di comunicare senza parlarci. Quando giriamo la testa a sinistra significa “Ti amo più di ogni altra cosa al mondo”; quando la giriamo a destra “Attenzione, siamo in pericolo, guardiamoci intorno”. All’inizio dovevamo stare attenti a non mescolare le cose.

(The Lobster, Y.Lanthimos, 2015)

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